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Disforia di genere e psicoterapia: quali obiettivi?

Una delle domande che mi sento porre più spesso quando inizio un percorso di psicoterapia con una persona con presunta disforia di genere è: “Come può aiutarmi un percorso psicologico? Quali benefici potrei trarne?”. La domanda è più che lecita e la risposta per nulla scontata. In effetti, una persona che sente di non appartenere al proprio genere biologico e, a causa di questo, riconosce di soffrire di disforia di genere, percepisce come unica soluzione al suo malessere il riuscire a uniformare il proprio aspetto esteriore alla personale identità di genere, cioè al genere al quale si sente intimamente di appartenere. La consulenza psicologica e il successivo percorso psicoterapico vengono solitamente vissuti come una tappa obbligatoria di un lungo percorso, ma che può portare a pochi benefici perché il problema viene avvertito a livello corporale e solo di conseguenza sul piano mentale. In effetti, se è vero che la valutazione diagnostica è necessaria, e quindi obbligatoria, per iniziare un percorso di transizione, lo stesso non vale per la psicoterapia: nessun intervento psicologico di questo tipo può essere imposto, proprio perché alla base dev’esserci una motivazione personale ad un lavoro così profondo.

 

Tuttavia, la WPATH (World Health Professional Association for Transgender Health), organizzazione mondiale per la salute delle persone transessuali, sottolinea l’importanza della psicoterapia lungo tutto l’iter di transizione.

 

La psicoterapia è infatti un aspetto fondamentale nel percorso di adeguamento di genere e dovrebbe accompagnarlo per tutta la sua durata, non solo nella fase iniziale, cioè quella valutativa/diagnostica. Anche secondo le linee guida elaborate dall’Osservatorio Nazionale sull’Identità di genere, occorre un periodo di psicoterapia di almeno 6 mesi prima di iniziare la terapia ormonale e tale accompagnamento viene considerato fondamentale per tutta la durata del percorso.

Qualsiasi tipo di psicoterapia e di supporto psicologico è preceduto da una prima fase di tipo diagnostico/valutativo. Nel caso della disforia di genere, non è possibile prendere in considerazione nessun tipo d’intervento fisico senza prima esplorare gli aspetti psichici, quindi tale fase è propedeutica all’inizio del percorso di transizione stesso. E’ necessario raccogliere la storia anamnestica della persona, i sintomi del suo malessere e la loro insorgenza, valutare insieme le sue risorse personali, familiari e sociali. Un altro aspetto fondamentale in fase valutativa è costituito dalle aspettative relative al percorso di transizione e agli specifici interventi fisici: esse devono essere chiare e realistiche per non portare la persona a scontrarsi con una dolorosa delusione. E’ altresì necessario arrivare a porre una diagnosi ben definita del disturbo (la disforia di genere) secondo specifici criteri ed escludendo condizioni psichiche possibilmente confondibili con essa. Ad esempio, si potrebbe giungere alla conclusione che la persona non soffre di disforia di genere, ma semplicemente non si riconosce nel proprio ruolo di genere e preferisce non aderirvi, senza tuttavia dover compiere una transizione, oppure riscontrare la presenza di una omosessualità egodistonica che richiede un intervento di psicoterapia affermativa.

Superata la fase diagnostica, quali sono, quindi, gli obiettivi di una psicoterapia in caso di disforia di genere?

La Leve, ricercatrice americana esperta in clinica del transessualismo, individua in questo processo sei stadi:

1.       Consapevolezza. La terapia costituisce una base sicura dalla quale partire nell’esplorazione della propria identità di genere, senza la fretta di arrivare ad una conclusione univoca.

2.       Ricerca d’informazioni. Molto spesso la voglia di cambiamento è tanta e porta con sé una certa impazienza: compito del terapeuta è aiutare la persona a prendere tempo e a raccogliere tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole.

3.       Apertura verso persone significative. Per molti/e, fare coming- out è uno dei momenti più complessi e densi di paure. La terapia può essere d’aiuto ad affrontare queste paure e a trovare le parole migliori per affrontare il discorso.

4.       Esplorazione e identità. Più aumenta la consapevolezza della propria identità di genere, più è necessario esplorare e familiarizzare con il proprio ruolo di genere, prendendo in considerazione le varie scelte possibili.

 

5.       Esplorazione, modifiche corporee e transizione. E’ arrivato il momento del real life test e delle cure ormonali. Sono fasi ricche di aspettative e di timori che necessitano di un sostegno che, senza interferire nelle scelte della persona, sia in grado di accompagnarla facendola sentire al sicuro.

Uno studio condotto dalla Rachlin, riporta come l’esperienza del terapeuta nel campo dell’identità di genere sia un importante predittore della soddisfazione del paziente e della qualità della relazione terapeutica per l’87% del campione preso in esame. E’ quindi importante rivolgersi ad un terapeuta che abbia esperienza in tale campo, ma anche con il quale sentiamo si possa instaurare il giusto feeling.

 

Per informazioni sui percorsi di consulenza/psicoterapia a Brescia, visita il sito https://www.paolamazzardipsicologobrescia.it/servizi/psicologia-lgbtq/

 

Bibliografia:

LEv A. Transgender emergence. New-York-London-Oxford: The Hawoth Clinical Practice Press 2004.

 

Rachlin K.Transgender individuals experiences of psychotherapy. IJT 2002;6 (1)


Paola per Tandem

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