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Perinatalità e covid-19: in aumento depressione post-partum e disturbi ossessivi.

I genitori sono tra le categorie sociali più colpite dall’emergenza sanitaria in corso. Lasciati soli nell’accudimento dei figli, si trovano a dover affrontare dinamiche familiari nuove e inaspettate e ad assolvere a compiti che prima erano di altrui competenza. Ma c’è una categoria di genitori che ancor di più rimane nell’ombra, pur accusando i colpi dell’isolamento sociale e della mancanza di supporto: le mamme e i papà in attesa di diventare tali, quelli per cui è tutto naturalmente nuovo e incerto e si trovano a vivere l’incertezza nell’incertezza di una situazione come quella che stiamo affrontando. Le conseguenze emotive e relazionali dell’emergenza in corso possono impattare negativamente sul benessere psicologico dei neo-genitori o di chi lo sarà a breve e, di conseguenza, sul nascituro.

In che modo l’emergenza sanitaria influenza la neo-genitorialità?

 

- Il parto è di per sé un evento potenzialmente traumatico, come è stato confermato anche da un importante studio del 2017 che ha preso in esame 5 milioni di donne italiane con figli di età compresa tra 0 e 14 anni, che ha messo in luce come il 21% delle partecipanti abbiano ammesso di essere state vittime di una qualche forma di violenza ostetrica, fisica o psicologica, nel corso del primo parto. L’esperienza è stata traumatica al punto da rinunciare al progetto di una seconda gravidanza per il 6% di loro. Questo potenziale traumatico si mescola attualmente con l’incertezza relativa ad un possibile contagio, al fatto stesso di essere in una struttura ospedaliera considerata luogo a rischio, la mancanza del partner e, quindi, di supporto emotivo durante il travaglio e il parto, la paura di dover essere allontanati dal neonato. Queste e molte altre preoccupazioni contribuiscono a rendere l’esperienza altamente stressante.

- Una volta arrivati a casa, inizia la vera e propria sfida della genitorialità: tutto è nuovo e spesso fonte di ansia, soprattutto in questo particolare periodo storico. L’emergenza sanitaria ha infatti un forte impatto sulla capacità di regolare le proprie emozioni e questo si riversa inevitabilmente sul nuovo nato, che è un tutt’uno con la madre e con l’ambiente che lo circonda. La comunicazione passa attraverso il linguaggio emotivo e sensoriale e un clima eccessivamente ansioso può rendere il bambino a sua volta agitato e difficilmente consolabile (qui puoi leggere un articolo su questo tema), aumentando ulteriormente la preoccupazione nei genitori. 

I sintomi ansiosi rappresentano inoltre un fattore di rischio per la depressione post-partum, cioè un disturbo dell'umore che compare frequentemente in seguito ad una gravidanza ed è caratterizzato da un aumento/diminuzione del peso corporeo associati ad una diminuzione o un aumento dell’appetito; insonnia o ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, sentimenti di autosvalutazione o colpa, difficoltà di concentrazione, pensieri negativi ricorrenti, il tutto associato ad un disagio clinicamente significativo e alla compromissione della qualità di vita. La depressione post-partum colpisce, con diversi livelli di gravità, il 13-15% delle neo-mamme ed esordisce generalmente tra la 6ª e la 12ª  settimana dopo la nascita del figlio, con episodi che durano tipicamente da 2 a 6 mesi.

E’ importante distinguere la depressione post-partum dal maternity blues, cioè una leggera depressione fisiologica che insorge entro 5-7 giorni dalla nascita ed è caratterizzata da labilità emotiva (ad es. crisi di pianto), vissuti d’inadeguatezza relativi al nuovo ruolo materno, irritabilità, ansia e insonnia. La causa principale di questa deflessione timica lieve sta negli sbalzi ormonali ai quali la madre è sottoposta nell’immediato post-partum e rappresenta una fase transitoria che nella maggior parte dei casi si risolve in pochi giorni se la madre riceve il supporto emotivo e psichico di cui ha bisogno, sebbene sia noto che le donne che soffrono di maternity blues vadano incontro ad un rischio maggiore di sviluppare una depressione post-partum.

- La mancanza di supporto da parte del coniuge è chiaramente collegata ad un aumento della depressione nella donna dopo il parto (Paykel et al., 1980; O’Hara et al.1983; Beck, 2001; Da Costa et al.,2005; Hatton et al,2007), ma si assiste sempre di più anche alla cosiddetta Sindrome della Couvade,  descritta da Trethowan & Conlon nel 1965, cioè ad un disagio emotivo del padre correlato a disturbi psichici quali nausea, vomito, dolori addominali o cambiamenti nell’appetito o nel peso corporeo. Anche i neo-papà, quindi, possono cadere nella depressione post partum, da quanto emerge da uno studio americano pubblicato da Pediatrics. I ricercatori hanno esaminato i risultati di uno screening della depressione somministrato ai genitori durante oltre 9.500 visite in cliniche pediatriche con i propri figli: complessivamente, il 4,4% dei padri e il 5% delle madri sono risultati positivi alla depressione.

-L’ansia e i pensieri ricorrenti e persistenti che causa possono trasformarsi nelle neo-mamme in comportamenti compulsivi, ovvero comportamenti ripetitivi o azioni mentali che la persona si sente obbligata a mettere in atto secondo rigidi rituali, allo scopo di ridurre il malessere o prevenire gli eventi temuti. Questi comportamenti, già frequenti dopo il parto, risultano molto più diffusi nel contesto attuale, proprio perchè la necessità di igienizzare spesso le superfici, sanificare gli ambienti e lavarsi le mani per proteggere se stessi e gli altri da un possibile contagio, può innescare nei neo-genitori profonde paure legate a questa possibilità, portandoli a mettere in atto comportamenti ossessivi e compulsivi che solo apparentemente permettono di abbassare il livello di ansia, ma che in realtà rappresentano un tentativo di controllare qualcosa di incontrollabile, che sfugge alla vista e perciò spaventa molto di più. 

 

 

Essere private della vicinanza del partner e della famiglia d’origine in un momento così particolare può risultare particolarmente problematico. La neo-mamma ha infatti fisiologicamente bisogno di supporto pratico ed emotivo e necessita altresì di momenti di condivisione con altre donne e di socializzazione in generale. La solitudine e l’essere lasciate da sole nell’accudimento del nuovo nato non fa che aumentare l’incertezza e quindi l’ansia. Alcune delle aspettative relative alla genitorialità possono venire violate quando si vive veramente questa esperienza, e questo può stimolare forti vissuti di inadeguatezza: provare emozioni negative in gravidanza è del tutto normale, ma è comunque spesso fonte di profondi sensi di colpa. Il confronto con altre donne alle prese con le stesse incertezze permette, invece, di legittimare vissuti ed emozioni negative come ansia e impotenza e normalizzarli.

 

E’ altresì importante che le persone vicine siano in grado di cogliere i segnali di un malessere della mamma e di aiutarla a farvi fronte, anche con l’aiuto di un professionista.

 

La depressione post-partum colpisce un numero sempre crescente di donne e chiedere aiuto è il primo passo per aiutare se stesse e il proprio bambino.

 

Ricordiamoci, inoltre, che l’informazione stessa è una cura per la depressione post-partum, perché permette di venire a conoscenza dei meccanismi che la provocano e la rinforzano. L’aiuto di un professionista specializzato, come uno psicologo perinatale, quindi, può essere particolarmente rilevante, anche solo per comprendere quanto sta avvenendo.

 

Per informazioni sulla psicologia perinatale a Brescia visita: https://www.paolamazzardipsicologobrescia.it/servizi/sostegno-alla-gravidanza-e-alla-perinatalita/


Paola per Tandem

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