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La fragilità può essere una forza?

In questi giorni, i ragazzi, con cui lavoro quotidianamente a scuola, stanno affrontando le simulazioni della prima prova d'esame di maturità. Tra i temi scelti da sviluppare ne è stato selezionato uno che riguarda la forza della fragilità o, vista dal punto di vista contrario, la paura di essere fragili.

 

E' stato così interessante potermi confrontare con giovani e giovanissimi sull'argomento, che ho pensato di scrivere un articolo inerente. 

Come viene vista la fragilità umana al giorno d'oggi? Cosa provano ragazzi e adulti nel sentirsi e riconoscersi fragili? Accettare il proprio lato di fragilità può fortificare?

 

D'Avenia nel suo libro "L'arte di essere fragili: come Leopardi può salvarti la vita" sostiene, appunto, che “l’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.” 

 

I ragazzi mi hanno fatto notare come sia molto più socialmente accettabile mostrare una fragilità fisica esteriore, piuttosto che una fragilità intrapsichica ed emotiva; quando ho chiesto loro se sapessero dire come mai ciò avviene, mi hanno candidamente risposto: la fragilità corporea si vede, nessuno può dubitarne. Da questa affermazione è emerso un tema fondamentale: nel mostrare un tentennamento, una insicurezza interiore si teme di non essere creduti, di essere giudicati deboli, fannulloni, "si inventa di sentirsi male psicologicamente, così può esimersi dai suoi doveri".

La società e il mondo degli adulti richiedono sempre la massima performance, richiedono di non camminare ma correre, di non fermarsi di fronte alle avversità, sembrano continuamente incalzare i propri figli e studenti con mantra del tipo "non puoi mollare!".

 

I bambini prima, e gli adolescenti poi, crescono con la convinzione che avere un cedimento equivalga ad arrendersi e che l'unica via per avere successo nella vita sia spingere al massimo. Si adeguano a questo modello e maturano l'idea che sia possibile essere supereroi.

In quest'ottica il dubbio, l'insicurezza, la sensibilità, la timidezza e la paura smettono di essere sintomo di intelligenza e messa in discussione di sè, per diventare segnali negativi da combattere ed arginare.

 

Vittorino Andreoli, in "L'uomo di Vetro" (Rizzoli, 2008), ci illustra come fragilità e forza debbano smettere di essere considerati come poli opposti. "Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità [...] come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo. Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far risaltare i miei pregi e di farmi stimare. Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a vivere".

 

Sono, quindi, la consapevolezza della propria fragilità e la possibilità di esternarla, ammetterla, comunicarla che rendono una persona davvero in contatto con se stessa e, perciò, forte. Sembra un ossimoro ma non lo è: perseguire un ideale di onnipotenza ci porta ad essere inautentici e, alla lunga, a crollare. Conoscersi a fondo, anche attraverso un percorso psicoterapeutico, avvicinarsi al proprio mondo interiore, carpirne tutta la vasta gamma di emozioni e rendersi conto, accettando, meglio se di buon grado, che vi saranno scheletri e buchi neri e difetti e vuoti, può fortificare. La consapevolezza di sè è il vero bagaglio con cui andare nel mondo.

I supereroi esistono, ci aiutano a vivere e a credere nell'impossibile, da bambini ci aiutano a sognare, a immaginare, a sviluppare la fantasia e a sentirci al sicuro. Ma i supereroi non sono umani, noi non dobbiamo aspirare ad essere tali e questa non è una sconfitta: essere fragili e fallibili è una grandiosa libertà.


Vera per Tandem

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