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Alimentazione e psicologia: e se la dieta non funziona?

Come ogni anno l’arrivo della primavera decreta l’avvicinarsi del periodo estivo e, con esso, una maggior attenzione alla propria forma fisica. Il peso in eccesso e una scarsa tonicità muscolare, nascosti per mesi dagli abiti invernali, tornano per molti a costituire un problema e a ricordare la tanto temuta “prova costume”. Così, aumentano le richieste di appuntamento ai dietisti, le iscrizioni in palestra, la vendita d’integratori e di presunte pozioni miracolose che non sempre però permettono di raggiungere la forma fisica desiderata. Una dieta idonea e un’aumentata attività fisica dovrebbero sempre produrre i risultati desiderati, eppure, nella realtà, ciò non è affatto scontato. Perché? C’è un aspetto che viene nella maggior parte dei casi trascurato, cioè quello psicologico. Eh si, perché l’alimentazione è un comportamento e, come tutti i comportamenti, è strettamente collegato alla nostra psiche e al suo funzionamento. Eppure, talvolta, questo binomio sembra quasi un tabù, come se, consigliare ad una persona che chiede aiuto per perdere peso anche una consulenza psicologica possa risuonare quasi come un’ offesa. Vediamo, invece, perché essa sarebbe di fondamentale importanza.

Se, infatti, è il dietista ad aver il compito di prescrivere una dieta su misura al paziente, lo stesso non vale per il supporto psicologico necessario a portare il paziente ad aderire a quanto gli viene prescritto. L’efficacia di una dieta è infatti legata ad aspetti biologici, soggettivi e ambientali che possono favorirla o, al contrario ostacolarla e che richiedono un'attenta valutazione caso per caso.

Tra gli aspetti soggettivi che maggiormente influenzano l’aderenza ad una dieta troviamo le motivazioni, le convinzioni o credenze personali, il livello di autoefficacia percepito e le emozioni. Vediamoli più nel dettaglio:

 

– Con il termine motivazione  non indichiamo solo i motivi alla base del cambiamento desiderato, ma anche gli scopi che ci prefiggiamo, le modalità con cui pensiamo di raggiungerli e i risultati attesi, cioè le aspettative. Affinchè una dieta funzioni dovremmo partire da motivazioni intrinseche all’individuo (ad esempio sentirsi più in sintonia con il proprio corpo o riprendere attività ostacolate dal peso eccessivo) e non estrinseche (ad esempio piacere a qualcuno o accontentare qualcun altro che ci richiede una perdita di peso). Allo stesso modo, le azioni messe in atto per raggiungere l’obiettivo dovrebbero essere facilmente inseribili all’interno del normale stile di vita della persona e modulate su di essa; le aspettative sui risultati dovrebbero essere realistiche e mai esagerate, anche per quanto riguarda il tempo richiesto. Se ci illudiamo, ad esempio, di poter perdere diversi chili in poco tempo, rinunceremo quasi sicuramente alla dieta nel momento in cui ci renderemo conto che la perdita di peso effettivamente ottenuta è inferiore a quella che ci aspettavamo.

– Così come le motivazioni, anche le convinzioni e le credenze personali giocano un ruolo fondamentale. Esse possono riguardare il corpo, il cibo, il metabolismo, il sovrappeso e l’obesità o particolari disturbi fisici, come il diabete, le allergie o le intolleranze alimentari. Se, ad esempio, siamo convinti di ingrassare a causa di un metabolismo lento, molto probabilmente faremo molta fatica a mettere in atto l’impegno necessario a rispettare la dieta perché saremo portati a pensare che tanto la perdita di peso non dipende dal nostro comportamento alimentare ma dal nostro metabolismo. Lo stesso può accadere se pensiamo di aver ereditato il peso di troppo da un familiare o se crediamo che le diete in generale non funzionino. Chi riuscirebbe ad impegnarsi in una cosa che si pensa già in partenza che non funzionerà?

- Parlando di emozioni, sarebbe fondamentale chiederci quanto esse influenzino il nostro comportamento alimentare. Il cibo, infatti, assume spesso un personale significato specifico, talvolta presente fin dall’infanzia. Ad esempio, molti di noi associano l’umore negativo ad una maggiore assunzione di cibo, come se quest’ultimo fosse un rimedio al primo. E in effetti talvolta è così perché alcuni alimenti, primo tra tutti il cioccolato, agiscono sulla produzione di endorfine e, quindi, sull’umore. Ma, in ogni caso, questa non può diventare una scusa: sarebbe meglio chiedersi il motivo della nostra tristezza e lavorare su di esso piuttosto che affogarla nel cibo, per quanto quest’ultima rappresenti sicuramente la via più facile. Le emozioni negative che si cercano di eliminare attraverso il cibo sono diverse: c'è chi mangia per noia, per ansia, per rabbia, ecc.

- La nostra autoefficacia, cioè quanto pensiamo di essere in grado di mettere in atto un determinato comportamento o di raggiungere uno scopo, gioca altresì un ruolo fondamentale ed è strettamente collegata all’autostima, spesso debole nelle persone in sovrappeso. Percepire un buon senso d’autoefficacia vuol dire essere convinti della possibilità di raggiungere un obiettivo con il proprio impegno al di là dell’influenza delle altre persone. 

Come già accennato precedentemente, l’assunzione di un corretto comportamento alimentare dipende moltissimo anche dall’ambiente nel quale la persona è inserita, cioè da tutto ciò che la circonda. Uno degli aspetti più difficili quando s’intraprende una dieta sta infatti nel doverla gestire anche all’interno dei diversi contesti sociali di appartenenza e in presenza delle altre persone che, talvolta, possono ostacolarla, magari sminuendo il nostro impegno o la nostra possibilità di raggiungere dei risultati. Per questo, prima d’intraprendere una dieta, sarebbe buona prassi informare anche le persone a noi più vicine, chiedendo a loro supporto e aiuto incondizionati, anche se magari, per un motivo o per l'altro, non condividono la nostra scelta.

 


Paola per Tandem

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