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Sport e infortuni: riabilitare la mente oltre che il corpo.

 

Il dolore, in un certo senso, è parte stessa dello sport. Ogni sportivo dovrebbe maturare una certa attenzione a ciò che il proprio corpo gli comunica ed essere in grado di distinguere il dolore “buono”, dato da un allenamento intenso e controllato, dal dolore “allarme”, che indica il momento in cui è meglio fermarsi per evitare una possibile lesione.

Purtroppo però, essere in sintonia con il proprio corpo non basta sempre ad evitare un infortunio improvviso, le cui cause sono fuori dal nostro controllo.

L’imprevedibilità della situazione, la valutazione dei danni subiti ma anche di quelli che avremmo potuto subire e che, magari solo fortunatamente, abbiamo evitato, fan sì che l’incidente rappresenti un evento destabilizzante dal punto di vista emotivo e psicologico, talvolta difficile da superare.

La ricerca scientifica evidenzia come le sensazioni emotive che più spesso interessano chi subisce un infortunio sportivo siano la rabbia, l’impotenza, il senso di colpa, oltre a frequenti sbalzi d’umore, pensieri ossessivi circa il proprio stato, umore depresso e tendenza a sviluppare pensieri irrazionali che, insieme, possono portare all’abbandono dell’attività stessa (Patitpas e Danish, 1995).

In casi più gravi, l’infortunio può portare alla “sindrome del dolore cronico” o alla “grief reaction” cioè una sindrome reattiva che è simile a quella che fa seguito ad un lutto e che può compromettere, anche seriamente, il normale funzionamento dell’individuo, anche in aree quali il lavoro, la famiglia o le relazioni interpersonali.

Recuperare da un punto di vista fisico il danno subito richiede un percorso di cura e riabilitazione molto lungo e difficile, che implica l’abbandono temporaneo dello sport stesso e di tutto ciò che ad esso era collegato, come amicizie, abitudini e routine. Talvolta, però, il recupero mentale può essere ancora più difficile da raggiungere.

Spesso, infatti, infortunio vuol dire trauma psicologico ancor prima che trauma fisico e come tale dev’essere pensato per permettere all’atleta un pieno recupero sul piano psico-fisico. Guarito il trauma fisico, infatti, permane spesso quello psicologico, che porta a sensazioni d’insicurezza e paura che conducono a strategie d’evitamento nei confronti della causa che ha dato origine al proprio dolore, cioè lo sport stesso, il quale da oggetto d’amore diventa oggetto fobico da cui scappare.

 

L’ infortunio obbliga a cambiare prospettiva, a rinunciare temporaneamente a ciò che amiamo e ci fa stare bene e magari occupa una fetta importante della nostra esistenza. Rinunciare a qualcosa che amiamo genera frustrazione, una sensazione negativa difficile da tollerare. L’infortunio mette di fronte anche all’ imprevedibilità della vita, mischiando le carte della nostra esistenza e obbligandoci a rivedere programmi e aspettative per il futuro.

L’incertezza legata alla possibilità di recuperare totalmente la forma fisica s’intreccia con la paura di perdere una parte della propria identità, quella legata all’ essere uno sportivo, ma allo stesso tempo anche alla paura di ricominciare, correndo il rischio di un nuovo infortunio.

Il percorso riabilitativo rappresenta, inoltre, un viaggio difficile soprattutto da un punto di vista emotivo, che talvolta spaventa al punto da rifiutarlo.

 

In tal senso è fondamentale comprendere le modalità di pensiero dell’infortunato. Chi pensa che il trauma abbia rovinato per sempre la propria carriera sportiva difficilmente riuscirà ad affrontare il recupero con la giusta grinta a causa delle aspettative negative che lo guidano. Al contrario, chi vivrà l’infortunio come un ostacolo da superare, una rottura che dà vita ad un nuovo inizio, riuscirà a trovare la giusta motivazione per affrontare il cammino.

 

Il percorso di riabilitazione può essere anche molto lungo e, per questo, è necessario darsi degli obiettivi intermedi realistici e suddividerli in base al tempo necessario per raggiungerli, in modo da sentirsi gratificati per quelli raggiunti e non frustrati da quelli ancora troppo lontani.

 

Talvolta l’infortunio rappresenta la spinta ad un cambiamento più profondo: alcuni atleti che hanno vissuto quest’esperienza testimoniano come l’accaduto li abbia portati a riflettere su loro stessi, sui personali punti di forza e di debolezza, li abbia spinti a migliorarsi, approfondendo degli aspetti tecnici su cui prima non ci si soffermava o, magari, aspetti caratteriali che costituivano un limite alla propria crescita.

Durante il cammino di guarigione, è fondamentale il supporto delle persone vicine che devono sostenere senza spingere ad un prematuro ritorno, nè incentivare paure e insicurezze.

In alcuni casi, quando l’infortunio è stato particolarmente traumatico da un punto di vista psicologico, ad esempio perché ha messo a rischio la vita stessa dell’individuo, può essere necessario un supporto psicologico esterno, possibilmente con l’ausilio della tecnica E.M.D.R., di cui vi ho già parlato in un precedente articolo.

Utilizzando tale tecnica è possibile, infatti, ridurre le emozioni negative connesse al ricordo traumatico ed eliminare l’ansia connessa all’idea di riprendere l’attività sportiva e alla paura di subire un nuovo infortunio. La tecnica E.M.D.R. o, più in generale, la psicoterapia, rappresentano un modo per riabilitare il cervello dopo l’evento traumatico, così come la fisioterapia è necessaria per riabilitare la parte del corpo colpita.


Paola per Tandem

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