Selfie e tragedie: perchè arriviamo a tanto?

Risale a fine maggio l'episodio che ha suscitato scalpore e indignazione nelle scorse settimane, tanto da finire sulla prima pagina di diversi quotidiani.  Piacenza, 26 maggio, una donna scende dalla porta sbagliata del treno e viene travolta. Mentre il 118 presta i primi soccorsi alla vittima, ferita gravemente, un uomo estrae il proprio cellulare e si scatta un selfie con la scena sullo sfondo e con tanto di dita a V in segno di vittoria. Inutile aggiungere che l'uomo è stato, giustamente, fermato dalla polizia e obbligato a cancellare le fotografie scattate, per quanto l'atto non potesse essere configurato come un reato. 

Come possiamo spiegare questi comportamenti estremi, stimolati da un rapporto sempre più morboso con le nuove tecnologie?

Il fenomeno dell' extreme selfie è sempre più diffuso e continua a mietere vittime. Questa pratica ha assunto negli anni sfaccettature sempre più macabre, oltre che pericolose, portando giovani e meno giovani a cercare di attirare l'attenzione del popolo del web attraverso selfie scattati con defunti o in situazioni tragiche. Dalla Siria e dagli altri paesi in guerra arrivano continuamente immagini di militari e giornalisti con vittime degli scontri sullo sfondo e in Italia il fenomeno è diffuso da diversi anni. Già nel 2015, a Bitonto (BA), un becchino si era fatto fotografare con il cadavere mummificato e riesumato di una donna morta 70 anni prima, perdendo il posto di lavoro, come già avvenuto ad un collega l'anno prima in Spagna. Sul web poi, è facilissimo trovare immagini con parenti o, addirittura, vittime di omicidi, postate in rete e divenute subito virali. 

 

Per riuscire ad attribuire un significato a questi comportamenti è necessario comprendere prima ciò che sta alla base del fenomeno degli extreme selfie e, più in generale, dei selfie. 

Il bisogno di condividere ogni esperienza con il popolo del web è sempre più forte, tanto da ostacolare anche il nostro modo di vivere le situazioni e sentire le emozioni ad esse collegate. Per tantissime persone, non condividere con gli altri le proprie esperienze equivale a non viverle realmente. 

 

Le ricerche confermano come il numero di follower, di "mi piace" e di commenti positivi condizioni l' autostima e l' emotività di molti ragazzi: secondo il 55% di loro è importante il numero di like che si ottengono sui social e il 17,5% li conta, guarda chi li mette e si fa condizionare da essi. Questo bisogno di apparire e di ricevere sempre maggiore approvazione dagli altri spinge centinaia di persone a rischiare la vita per il selfie perfetto, scattato in situazioni al limite che, purtroppo, in moltissimi casi portano alla morte di bambini, adolescenti e adulti. Questo fenomeno, infatti, non interessa solo i più giovani, anche se 1 ragazzo italiano su 10 ammette questa pratica. In Russia, il fenomeno è talmente diffuso da aver richiesto la diffusione di opuscoli che allertano le persone su quali possono essere le situazioni più rischiose nelle quali scattarsi un selfie.

Il selfie con persone morte o gravemente ferite non è che una variante del selfie estremo, l'ennesimo disperato tentativo di attirare l'attenzione su di sè e ricevere approvazione. Sembra impossibile arrivare a tanto, perdendo di vista totalmente il rispetto per la morte o per la sofferenza altrui. Ciò è reso possibile dai meccanismi inconsci che ci portano a deumanizzare la vittima, smettendo, quindi, di considerarla come un essere umano. In quel momento, essa smette di essere una persona e diventa semplicemente una cosa e, in quanto tale, non suscita più compassione e rispetto, rendendo legittimo qualsiasi comportamento. Questi meccanismi psicologici sono gli stessi che hanno permesso in passato tragici avvenimenti come l'Olocausto e che, ancora oggi, permettono la prosecuzione di terribili violenze.


Paola per Tandem

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