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Perchè è così difficile credere in se stessi?

Esistono persone all'apparenza perfette, a cui sembra non mancare nulla: salute, intelligenza, bellezza, beni materiali, ma che, nonostante queste risorse, sembrano schiave di un'insicurezza che non permette loro di vivere serenamente. Esistono anche altre persone, con le quali la natura o la vita non è stata così generosa, persone che potrebbero apparire deboli, ma che custodiscono una grande fiducia in loro stesse e nelle loro capacità. Pensate agli atleti para-olimpici e ai traguardi che riescono a raggiungere, difficili anche per la maggior parte delle persone senza disabilità. Cosa li spinge fin lì? L'autostima e la fiducia nelle proprie capacità, al di là dei limiti che ciascuno di noi possiede.

Secondo Adler, psicoanalista austriaco, i vissuti d’inferiorità rappresentano un’esperienza umana universale, che ha radici lontane, nell’infanzia di ogni individuo. Per i bambini è normale sentirsi inferiori, perché sono circondati da persone adulte e, quindi, più competenti di loro, dai quali cercano di apprendere soprattutto per imitazione. E’ l’ambiente circostante che spinge ogni bambino ad assumere gli adulti come modelli di riferimento,  e sono le conferme ricevute da questi stessi modelli ad aumentare l’autostima e a stimolare la fiducia nelle proprie capacità. Come i bambini, anche gli adulti misurano la propria autostima sulla base dei successi e degli insuccessi ottenuti: il senso d’inferiorità si dissolve ogni qualvolta raggiungiamo con successo un obiettivo e si ripresenta solo nel momento in cui ci troviamo a vivere una nuova sfida. Questo processo continua tutta la vita e porta ad una continua crescita psichica. Tuttavia, secondo Adler, alcune persone sviluppano un senso d’inferiorità generalizzato, che le porta a vivere un “complesso d’inferiorità”, cioè uno stato in cui tali vissuti non vengono mai superati. All'estremo opposto troviamo, invece, il “complesso di superiorità”, caratterizzato da un bisogno costante di primeggiare ottenendo successi, che non sono però sufficienti ad instillare fiducia nell’individuo, ma che lo spingono a rincorrerne continuamente di nuovi, senza tregua. 

Stimolare nei più piccoli un'adeguata autostima è un compito delicato e fondamentale, a cui genitori ed educatori devono sempre prestare attenzione. 

Sicuramente, proteggere un bambino dal fallimento non è un buon modo per sostenere la sua autostima: un bambino non ha bisogno di qualcuno che gli eviti le cadute, ma di una figura pronta a sostenerlo nel momento in cui si deve alzare. Evitare l'errore, al contrario, implica il rischio che si sviluppi una personalità incapace di tollerare gli insuccessi e il senso di inferiorità, vissuti che, come abbiamo visto, sono inevitabili.

 

Stimolare l'autostima di un bambino significa invece aiutarlo a raggiungere piccole autonomie, anche a costo di sbagliare!

 

 

Quindi, in quale modo i genitori possono aiutare i propri figli a sviluppare una sana autostima?

 

Innanzitutto, amandoli incondizionatamente, ascoltandoli e dedicando loro attenzioni: questo permette loro di sentirsi apprezzati per quello che sono, senza bisogno di misurare il proprio valore attraverso il perseguimento o meno di determinati successi. Evitate di banalizzare le sue paure o di prenderlo in giro perché non è capace a fare qualcosa: per ogni bimbo l’opinione dei propri genitori è fondamentale e ciascuno di noi vive i propri timori, che non devono mai essere ridicolizzati.


Paola per Tandem

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