La psicologia fa mea culpa! Quanto sono attendibili i risultati di un esperimento?

E se dopo più di quarant'anni venissero messi in discussione i risultati di uno degli studi cardine della psicologia? Alcuni sostengono che il celebre Zimbardo mentì su come realizzò l'esperimento carcerario di Stanford, uno dei più celebri e sensazionali in psicologia sociale.

Per decenni, gli studenti di psicologia e, in generale, moltissime persone interessate all'argomento sono rimasti sbalorditi di fronte ai risultati di questa sperimentazione di Zimbardo (1971) che,     per indagare la teoria dell'individuazione, riprodusse un carcere nel seminterrato dell'università. Lo studio, infatti, dovette essere interrotto, dati i livelli eccessivi di crudeltà, raggiunti dalle persone che interpretavano il ruolo delle guardie.

Nel 2011, tre studiosi di psicologia si sono resi conto che, molto spesso, chi conduceva un esperimento di psicologia sociale tendeva a trascurare i dati che smentivano la propria ipotesi di partenza. In aprile è uscito un libro di un ricercatore francese ("Histoire d'un mensonge, Le Texier) e il 7 giugno un articolo su Medium, entrambi sono volti a mettere in discussione l'esperimento di Stanford. 

 

Questa famosa sperimentazione ebbe una considerevole eco e popolarità in Europa, per spiegare i comportamenti di crudeltà collettiva durante la seconda guerra mondiale, per esempio nei campi di concentramento ed ebbe un grande risvolto negli U.S.A. circa il dibattito sull'utilità delle carceri, come luoghi riabilitativi. Zimbardo raggiunse un livello di fama e notorietà elevatissimo e coniò il concetto di Effetto Lucifero (spiegato in un best seller del 2007). Nel 2015 uscì persino un film sull'esperimento.

 

Già nel 2001 sono state mosse le prime critiche, in seguito a una replica dello studio, condotta da due psicologi britannici, Haslam e Reicher, e che non portò a risultati analoghi. Secondo loro Zimbardo falsò i risultati del 1971, ponendosi egli stesso come leader del gruppo dei secondini e indirizzando e guidando il loro comportamento.

 

Recentemente le critiche si sono acuite e si sono cercate testimonianze che fungessero da prove. Le Textier ha repertato negli archivi della Stanford la trascrizione di un dialogo tra Zimbardo e i suoi collaboratori, avvenuto tre giorni dopo l'inizio dello studio. Questo documento dimostrerebbe che Zimbardo disse a due carcerati che non avevano facoltà di abbandonare l'esperimento, se non per bisogni medici o psichiatrici urgenti. Stando a ciò, quindi, oltre a un interrogativo che emerge sul senso etico dello sperimentatore, sembrerebbe che i risultati dell'esperimento siano stati falsati da convinzioni erronee (non potete abbandonare la scena!) che lo stesso Zimbardo alimentava nei partecipanti.

 

Senza inoltrarci in dettagli minuziosi, possiamo dire che, infine, Zimbardo ha ammesso che alcuni sperimentatori avevano aiutato i partecipanti, per esempio avevano affiancato le guardie a fare la stesura delle regole a cui i carcerati dovevano obbedire, e così li avevano condizionati. Inoltre, l'autore ha anche dichiarato che all'epoca aveva ragioni personali per voler dimostrare che le carceri non funzionassero e andassero riformate e che, quindi, aveva un fervido interesse a che l'esperimento desse il risultato che confermava le sue ipotesi.

Queste riflessioni, insieme alle riedizioni di esperimenti storici, ci inducono a chiederci e a porci il problema di quanto l'intenzione dello sperimentatore possa inficiare l'obiettività dei risultati. Penso che un'attenzione particolare a questi aspetti sia indice di professionalità, soprattutto nel campo della psicologia, dove gli studi sono condotti sulle persone e le loro relazioni e dove, spesso, i risultati avrebbero anche un intento preventivo.


Vera per Tandem

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