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Il trauma perinatale... è vero che alcune ferite hanno radici lontane?

Alcune persone sembrano portarsi dietro un dolore che viene da lontano, qualcosa che li ha accompagnati fin dalla nascita e che ostacola prepotentemente la loro possibilità di essere felici. Oggi vi propongo un tema difficile, di cui si parla poco: il trauma perinatale. Sapete cos’è?

L’idea per questo articolo mi è venuta ascoltando l’intervento del dott. Civitarese, uno dei massimi esponenti della psicoanalisi odierna, a un convegno sulla violenza nelle relazioni organizzato dall’ Istituto di Psicologia Psicoanalitica di Brescia. Civitarese ha cercato di spiegare il comportamento violento di alcuni uomini attraverso il mito di Achille, il cui nome, di origine greca, significa senza labbra (“a” prefisso privativo + “chêilos” che significa labbra).

Perché questo nome? Secondo una versione del mito, le sue labbra non avevano mai succhiato il latte materno.

 

Achille era nato in seguito allo stupro che la madre Teti, una ninfa del mare, aveva subito da Peleo, un mortale. Per rendere il bambino immortale ed evitarne la futura morte in guerra, la madre, tenendolo per un tallone, lo immerse nel fiume Stige, le cui acque lo avrebbero reso invulnerabile a qualsiasi arma. Sopraggiunto Peleo, convinto che Teti volesse affogare il figlio, la fermò prima che riuscisse a immergerlo completamente, provocando l’ira di Teti che, in seguito a questo gesto, tornò a vivere in mare e abbandonò il figlio che, a causa di ciò, non venne da lei mai allattato. La mancanza d’amore, per la quale probabilmente Achille soffrì durante l’infanzia, lo portò ad essere conosciuto per la sua ira, tanto che un altro soprannome che gli venne dato fu “colui che procura dolori a molti”.

 

Cosa ci dice, quindi, questo mito? Che un trauma può essere vissuto in maniera indiretta anche in una fase estremamente precoce della propria esistenza, fin dal grembo materno o addirittura dal concepimento, e accompagnare silenziosamente lo sviluppo futuro dell’individuo. In questo caso, non solo Achille era stato concepito in una situazione traumatica, ma era stato in seguito privato dell’affetto materno, e tale mancanza era rimasta dentro di lui come un vuoto d’amore fonte di vergogna, verso cui l’unica difesa poteva essere la violenza.

 

Sebbene la psicoanalisi si sia sempre interessata a questo tema, in passato veniva data poca attenzione alla vita psichica prenatale e alle conseguenze che particolari eventi potevano avere sul futuro del nascituro. La psicologia della perinatalità, invece, ha da tempo provato come eventi accaduti durante la gravidanza, il parto o i primi mesi dopo di esso, siano percepiti dal neonato, il quale, già dal grembo materno, fa esperienza del piacere come del dolore, e possano costituire delle ferite psichiche. Le esperienze percepite in utero potrebbero formare una matrice psichica che accompagnerà il bambino nella sua crescita e che potranno esplicitarsi, ad esempio, attraverso il pianto incalmabile o disturbi somatoformi, come le famose coliche del primo trimestre. 

Per quanto i genitori si sforzino di proteggere il proprio bambino dai dolori della vita, così come anche Teti aveva provato a fare con Achille, ciò non è sempre possibile e, talvolta, una malattia, un lutto, un particolare evento subito dalla madre o dal padre può trasmettersi anche al bambino. Com’è possibile rimediare a questo? Innanzitutto, i genitori devono poter dare voce ai loro vissuti, al significato di ciò che è accaduto loro e alle ferite che hanno subito, prima di poter aiutare il loro piccolo fornendogli tutto il contenimento di cui ha bisogno, attraverso l’esperienza di essere protetto dalle braccia dei propri genitori e nutrito dal loro amore, prima ancora che dal latte materno. 


Paola per Tandem

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