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BAD MOMS. La rivincita della mamma sufficientemente buona.

Nel pensare ad un articolo da pubblicare in occasione della festa della mamma, mi è venuto in mente un film (piuttosto demenziale) che ho visto in televisione qualche tempo fa: “Bad Moms, mamme molto cattive”.  Scene trash a parte, ho apprezzato molto il messaggio di cui il film, a modo suo, si fa portatore: non è necessario essere una madre perfetta, anzi, talvolta sono proprio le imperfezioni e la capacità di riconoscerle e accettarle a rendere una donna una brava mamma.

La protagonista del film, interpretata dall’attrice Mila Kunis, una madre messa a dura prova dal senso del dovere e dalla totale devozione alla famiglia, decide un giorno di cambiare, di smettere di essere sempre totalmente disponibile e d’iniziare a “lasciar correre” alcune cose, prendendosi del tempo. Risultato: magicamente i suoi figli iniziano a guadagnarne in autonomia e lei in tempo per sé stessa, necessario per riprendere alcune delle tante cose a cui si era sentita costretta a rinunciare dopo la nascita dei suoi bambini. Così facendo, non solo recupera il suo essere prima di tutto donna oltre che madre, ma vive anche la soddisfazione di vedere i propri figli crescere e guadagnare competenze che fino a qualche giorno prima sembravano impossibili. 

 

L’esperienza della maternità pone ogni donna di fronte ad enormi responsabilità che prima potevano essere solo immaginate: è più che normale che, soprattutto all’ inizio, una madre cerchi di dedicare tutta se stessa e le proprie attenzioni al nuovo nato. Tuttavia, proprio nel tentativo di rincorrere questo obiettivo, spesso si perde di vista ciò che più conta: la maternità non impone per forza il sacrificio dei propri bisogni e desideri, anzi, riuscire ad essere delle donne felici è un elemento fondamentale per essere delle brave mamme, anche se ciò significa sbagliare ed essere imperfette.

 

Questo pensiero non è nuovo alla psicoanalisi e, a mio parere, è uno degli insegnamenti più belli che ci ha trasmesso. Fu Winnicott, pediatra e psicoanalista inglese, a coniare l’espressione “madre sufficientemente buona”, per indicare quella donna in grado di dirigere tutte le sue attenzioni verso il figlio al momento del bisogno e in particolari momenti della vita, come ad esempio alla nascita, ma anche di ritirarle e rivolgerle verso altro quando ce n’è la possibilità.

 

La madre sufficientemente buona è quella che, dopo la nascita del proprio bambino, vive la “preoccupazione materna primaria”: uno stato fisiologico che fa sì che il bambino venga al primo posto, a discapito delle normali attività e abitudini e spesso anche del compagno. Questo stato è normale, transitorio e importante per il benessere del bambino nei primi mesi, periodo nel quale vive uno stato di simbiosi con la madre che rappresenta un prolungamento della gravidanza, ma non può durare per sempre.  La mamma sufficientemente buona è allora quella che, terminata l’epoca perinatale, riesce disinvestire piano a piano dal bambino, man mano che cresce e si rende più autonomo, e investire nuovamente su se stessa e sul mondo esterno. 

La mamma sufficientemente buona non è, quindi, una madre perfetta, anzi, è una donna capace di riconoscere la sua umana imperfezione e anche di accettare le emozioni negative che la maternità spesso porta con sè: quel bambino, così desiderato e amato, ruba spazio alla propria persona e alla coppia, monopolizzando tutte le energie disponibili e, talvolta, suscita pensieri ed emozioni negative normalissime.

 

Seppur queste emozioni siano fonte d’infiniti sensi di colpa, sono più che normali e devono essere prese come parte dell’esperienza materna, senza cercare di negarle o di camuffarle inutilmente sotto un’immagine di apparente perfezione.

 

E quando il bambino inizia a crescere??

 

Ve lo dico nel prossimo articolo…


Paola per Tandem

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