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Emozioni, se non so come comunicarle, meglio congelarle?

Non trovate anche voi che sia molto difficile comunicare le emozioni che proviamo? I giovani di oggi ci provano con nuovi mezzi e nuovi modi, ma spesso rinunciano ad aprire se stessi agli altri, per paura di non venire compresi. Riuscire, però, a non far emergere ciò che proviamo è un compito ancora più arduo.

 

Fatemi fare l’antica, osservando come i ragazzi comunichino le loro emozioni in modi apparentemente poco personalizzati e che non richiedono un gran coinvolgimento: esistono nuovi inglesismi come “friendzonare” per descrivere l’intramontabile “non provo per te gli stessi sentimenti che tu provi per me, siamo troppo amici!”; si può scegliere tra decine di emoticons più o meno sorridenti, più o meno arrossate, con gli occhi più o meno strizzati, per descrivere il proprio stato di gioia.

 

Al contempo, fatemi fare la psicologa dalla mentalità aperta, sostenendo che il problema più grave attualmente non è tanto quello di come trasmettere agli altri le proprie emozioni, bensì quello di rinunciare a provare a comunicarle, tenendosele per sé, o peggio ancora cercando di non provarne. Le emozioni spaventano, da sempre, proprio per la loro intrinseca caratteristica, di essere involontarie e, in parte, incontrollabili. Pensate che in psicologia esiste un termine specifico per indicare la competenza e l’abilità nel riconoscere e gestire le proprie emozioni: intelligenza emotiva. Questo ci indica che non è un’abilità semplice, ma che possiamo lavorare per migliorarla. Altrimenti, potremmo ritrovarci a dire ad una persona per noi particolarmente significativa “Scusa se non parlo abbastanza, ma ho una scuola di danza nello stomaco” (Coez, La musica non c’è, 2017), della serie: rinuncio a priori ad aprirmi e a dirti ciò che sento e provo, perché credo di non avere le parole giuste per farlo.

 

Tuttavia, credere di essere a-emotivi e di poter evitare di comunicare ciò che sentiamo dentro è un’illusione: anche non provare emozioni è un’emozione, e dà luogo a un disturbo che si chiama alessitimia.

 

Se la capacità di esprimerle a parole si acquisisce con il tempo e le esperienze, le emozioni, invece, sono innate: fin da neonati ne siamo invasi e le manifestiamo con il pianto, con le espressioni facciali, con lo sguardo. Possiamo dirci, quindi, che resta la maggior parte delle volte vano il tentativo di mascherare o nascondere il nostro lato emotivo, perché tutti i nostri gesti, anche e soprattutto non verbali, lo fanno trapelare. 

Lasciamo che le nostre emozioni ci passino attraverso, proviamo a viverle e a sentirle, ad accettarle, se riusciamo a diventarne consapevoli, prima di porci il dilemma di come comunicarle… in fondo molto del successo nel trasmetterle dipenderà dalla relazione che costruiamo con chi abbiamo davanti, che, a sua volta, sta provando emozioni proprie e sta facendo la sua personale fatica per gestirle.


Vera per Tandem

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